Sulla sedia a dondolo
                       di Peppino Marino  
   A  una certa età  non è facile lavorare, non è facile scrivere, spesso non è facile nemmeno pensare. Lo si può fare solo se ci si limita a pensieri brevi, scritti altrettanto stringati, riflessioni fugaci sugli avvenimenti che ci scorrono davanti, magari, all'ironia  mentre con l'arrivo dei primi freddi ci trasferiamo dalla sdraio "alla sedia a dondolo".    
                         
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                                                           SPEGNIAMO LA TV

   Di martedì è inguardabile. Con l’aria che tira d’altra parte almeno da trent’anni la televisione, anche se lo nega, è un’arena nella quale più che ragionare pacatamente si organizzano combattimenti di galli (a volta anche di capponi). Altro che quarta repubblica, qui non c’è nessuno fuori dal coro, ma tutti concorrono diligentemente a fregare il popolo e foraggiare i ricchi; al massimo è la quarta generazione di pericolosi incapaci. E se facessimo una bella piazza pulita? 

                                                                         NETO, IL FIUME DELLE "NAVI BRUCIATE 



   Dopo i lunghi mesi di siccità che hanno inaridito le nostre terre, svuotato i laghi e ridotto i fiumi a rigagnoli ci aspettavamo  molta  più di pioggia di quella caduta nei giorni scorsi, ma anche se poca, è bastata a rimpinguare un po' le nostre risorse, i ruscelli, il Neto, l'antico Nauaithos poi Neaithos il cui nome significherebbe "fiume delle navi bruciate". Narra infatti un'antichissima leggenda che un gruppo di achei, di ritorno dalla guerra di Troia, giunsero alle foci del Neto.  Ancorate le navi,  i guerrieri si inoltrarono nell'interno lungo il corso del fiume per esplorare i luoghi, ma un gruppo di prigioniere  troiane, stanche del lungo peregrinare a bordo delle navi dei loro vincitori, rimaste sole, le bruciarono per impedire ai loro padroni di riprendere il mare.  
   Alle foci del Neto sbarcarono nel 1844 i fratelli Bandiera col loro gruppo di guerriglieri che tentarono di far scoppiare una rivolta in Calabria per rovesciare i re e proclamare la repubblica che, proprio in contrada Petralonga, dove lunedì mattina ho scattato queste due foto, ebbero il loro primo scontro a fuoco con la guardia urbana di Belvedere Spinello nel quale persero la vita il capo degli urbani e suo nipote. Secondo il geografo arabo Edrisi un tempo era navigabile almeno fino a Santa Severina. Ovviamente navigabile non significa che lo solcavano le navi da crociera, ma barche e zattere che trasportavano la pece, la legna, le pelli che arrivavano dalla Sila, l'olio e il vino a Crotone per essere imbarcati sulle navi.  Oggi il Neto, oltre a fornire acqua ai contadini della fascia costiera, consente l'approvvigionamento idrico di Crotone e di altri centri della costa. 

 

                  I SOGNI, I MITI E LA PASSIONE GIOVANILE IN UNA BOTTIGLIA DI VINO 

    Oggi un mio amico capitano di vascello al ritorno da un lungo viaggio dai fiordi della Patagonia mi ha portato questa bottiglia di vino cileno prodotto alle falde delle Ande dove pascola il lama e "el condor pasa" e pastori e contadini cantano al suono, del charango, della zampona e della vihuela. Spero di trovarci dentro la musica degli Inti Illimani: quella andina e quella rivoluzionaria che ascoltavamo in casa, alle feste de L'Unità, che cantavamo in coro con i giovani compagni nella sezione del PCI, ma anche il fascino di Santiago e Valparaiso, de la casa La Sebastiana di Pablo Neruda, la poesia di Sepùlveda, la fierezza e la dignità di Salvador Allende e quell' "Unidà popular" che l'italica maledizione non riesce mai a costruire. 

                                                                   IL "CONIUGE CIVILE" 



   
Nell' antica civiltà agro pastorale il coniuge era come il famoso gioiello della pubblicità: per sempre. Uno si sposava, magari per procura,  senza nemmeno aver visto mai la sposa o lo sposo come gli emigranti oltre oceano o perché si trovava già fidanzato/a alla nascita perché così si erano accordati i genitori quando le rispettive moglie erano  incinte (Compà, si tu fa 'na figlia fimmina e io 'nu figliu masculu 'e facimu spusare). Una volta pronunciato il fatidico si e firmate le carte non c'era alcuna possibilità di "rescindere il contratto." Per questo il saggio pastore quando si sposò coniò il celebre adagio "Oje m'ajjorna e oie me scura" (Oggi per me può essere un giorno radioso oppure notte fonda). Così molto spesso capitava che due persone che arrivavano perfino a odiarsi, dovevano restare uniti per forza di legge. 
   Oggi tutto è cambiato e i coniugi fanno sempre più ricorso ai tribunali e al "coniuge civile" per sciogliere il matrimonio per la gioia dei venditori di abiti da sposa, dei proprietari resort e, in primis, degli avvocati matrimonialisti. Forse, anzi certamente, è meglio così perché il divorzio è stato una grande conquista come testimoniano molti politici che ne fanno largo uso dopo averlo avversato ferocemente nel 1974, una conquista di civiltà alla quale l'Italia, come sempre accade, arrivò per ultima. 

                
                                              LE PEPITE DEL XXI SECOLO 



    Ieri, con molta fortuna e calde preghiere sono riuscito a procurarmi un  po' di pepite del XXI secolo introvabili, appunto, come le pepite d'oro e forse anche più care. Le ho depositate in un locale blindato sorvegliato 24 ore su 24 dalle videocamere e, all'esterno, da guardie armate. Il giorno in cui spariranno banchieri, massoni e compagnie brutte sarà un gran giorno per l'Umanità. 

 

                  FINCHè C'è ZUCCA C'è SPERANZA



     A me piace tanto il pesce fritto, che siano filetti di merluzzo, di orata  o pangasio poco importa,  ma in questi tempi di economia di guerra anche il mangiare è diventato un problema. Dopo l'aumento del gas, dell'energia elettrica, del pellet sono arrivati gli aumenti generalizzati degli alimenti. Oggi per comprare un litro di latte, un chilo di pasta o di pane, il pesce, il formaggio devi indebitarti come se fossi lo stato italiano. O compri il cibo o il gas per cuocerlo. Così mi sono ricordato dei campi nazisti e di quelli di prigionia dei soldati deportati che per sfamarsi mangiavano le bucce delle patate. Ho provato anche quelle, poi ho scoperto anche quella della zucca infarinate e fritte e ne è venuto fuori un piatto niente male che non ha nulla da invidiare al pesce per il sapore delicato e la fragranza. Cari speculatori, troveremo il modo di non farci affamare: finché c'è zucca c'è speranza. 

 

                                          ALLA FACCIA DEGLI SPECULATORI

      C' è un solo modo per fregare gli speculatori della borsetta di Amsterdam e le compagnie private alle quali gli stati europei hanno ceduto un settore strategico come quello dell'energia consentendo loro di strozzare i consumatori: tornare alle sane abitudini di una volta come cuocersi il cibo nella vecchia, cara pignatta di coccio utilizzando la più antica e  diffusa fonte di energia rinnovabile: la legna secca e i residui della potatura. Per quanto mi riguarda ho disattivato la fornitura del metano tornano alle vecchie bombole, ma per cuocere i fagioli, i ceci, i piselli, le fave, 'e corchjiarelle e la carne salata torno all'antico come ho fatto questa mattina a  Zifarelli utilizzando rami secchi che spesso cadono spontaneamente dalle querce, e gli scarti di potatura delle rose, dei meli e dei peri. Il risparmio è notevole, ma soprattutto, non so se si tratta di auto suggestione o altro, il sapore dei cibi è più buono.  Per quanto mi riguarda quelli che hanno triplicato le bollette e che oltre al consumo, grazie alla complicità di governi imbelli,  ti fanno pagare una serie di incomprensibili balzelli, col metano si ci possono fare l'aerosol. 

                                                UN PRATO DI LASSANI



    Quando si semina un prato inglese uno si aspetta che vi cresca rigogliosa l'erbetta per innaffiarla e tosarla periodicamente per avere un tappeto verde smeraldo. A volte, invece, capita che l'erbetta stenta a crescere, ma ti ritrovi il prato invaso dai lassani (lapsana communis, in italiano lassana) una pianta che da ragazzo odiavo come tutte le erbe dato che spesso costituiva il mio companatico assieme alle cicorie selvatiche, ma che oggi mangio molto volentieri lessata e condita con olio e succo di limone o saltata in padella col guanciale soffritto. Fra l'altro pare che il succo sia consigliato nelle insufficienze epatiche e con i cataplasmi ottenuti dalle foglie si curino parecchi malanni. Intanto "ci curiamo la fame" e poco importa se l'erbetta stenta, tanto anche i lassani sono calpestabili e si possono tosare, oltre che mangiare. 

                                                                         'A CASARELLA

Na casarella Pittata rosa 'Ncopp' 'e Camaldule Vurrìa tené Piccerenèlla P' 'o sposo e 'a sposa Comm'a na cònnola Pe'mmé e pe'tté

(Ernesto Murolo)

 Ovviamente non si  trova sulla collina collina dei Camaldoli e non è nemmeno " 'a casarella" che sognava Ernesto Murolo, il papà di Roberto; si trova in via Misericordia, un angolo di Calabria che non è da buttare ed è comunque un grazioso gioiellino da conservare ai posteri come documento storico e architettonico, di un'architettura poverissima, ma robusta, essenziale e comunque bella da vedere. 

 

                                                                LA GRANDE BELLEZZA                                                           



   Questo è solo uno dei tanti suggestivi angoli del centro storico caccurese, che nonostante oramai quasi quarant'anni di spopolamento e abbandono col conseguente degrado di molte antiche abitazioni  chiuse da decenni e alcuni scriteriati rimaneggiamenti in ossequio a una malintesa modernità, conserva quasi intatta la sua integrità e la sua bellezza. Una bellezza grande, insomma "La grande bellezza" per dirla con Sorrentino.

                              aLTRO CHE PROLETARI,  CI HANNO TOLTO ANCHE LA PROLE



   Cari compagni, forse non ci crederete e vi sembrerà surreale, ma milioni di lavoratori, dopo essersi lasciati convincere entusiasticamente dai padroni, dai loro pennivendoli e da politicanti da strapazzo che voi con le vostre idee, il vostro insegnamento, le vostre battaglie eravate l'origine di tutti i mali dell'universo e che tutto ciò andava messo in soffitta, bruciato, gettato "nella pattumiera della storia", oggi che si ritrovano sempre più poveri, senza diritti, costretti ad accettare lavori precari per salari di fame, con pensioni ridicole, senza prospettive per il futuro, praticamente con la corda al collo e senza alcun sostegno sotto i piedi e scalciano l'aria, sbraitano e si azzannano tra loro per contendersi un tozzo di pane, mentre i politicanti continuano a proporre improbabili soluzioni miracolistiche sempre a favore dei padroni e degli speculatori e a chiedere sacrifici ai proletari, molte dei quali, fra l'altro, non hanno più neanche la prole dal momento che di questi tempi solo pazzi irresponsabili penserebbero di mettere al mondo un figlio. 

                                                          BISTECCHE DI ORTO FAI DA TE

  Ragazzi e ragazze, è tempo di bistecche di orto (in questo caso cotolette).  Mangiare una squisita bistecca o cotoletta di orto è un'ottima cosa per due motivi, uno planetario, e uno , come dire, domestico, familiare.  Consumare molta carne, soprattutto bovina, ci dicono gli esperti, significa contribuire ad aggravare l'effetto serra e i cambiamenti climatici per le enormi quantità di Co2 che si producono negli allevamenti, mentre per mangiare una bistecca bovina, con i tempi che corrono e l'inflazione alle stelle bisogna accendere un mutuo. Non è che la frutta e la verdura costino di meno, ma se melanzane, le zucche o gli zucchini te li coltivi da solo riduci enormemente i costi a beneficio del bilancio familiare e i rischi per la salute.  E poi si presentano anche bene come queste cotolette di melanzane .

                                                                 RICORRENZE

    Dopo la festa della mamma, del papà, delle sorelle, dei fratelli, abbiamo scoperto anche quella dei nonni.  Pensavo che questa ennesima americanata (è nata in America nel 1978 all'epoca della presidenza di Jimmy Carter) fosse un'invenzione dei pasticcieri o dei pizzaioli, invece scopro che fu introdotta con una legge del luglio 2005. I francesi che sono storicamente i primi a fare le rivoluzioni, stavolta si sono fatti fregare dall'Italia e da molti altri paesi e hanno aspettato il 2008.  A questo punto credo sarebbe bello istituire  anche quella dei suoceri, delle nuore, dei generi, della zia e dello zio e infine quella dei cugini scemi. Una festa al giorno scalda il cuore e rinfresca la mente. 

                                                         IL VINO, IL GRILLO E LA FORMICA

  "Perché protesti sempre per il vino, aspetta la vendemmia e ce l'avrai" erano le parole con le quali, secondo Orietta Berti, il grillo apostrofava l'avara formica, uno degli animali più dannosi per le colture, quella che, da quello che raccontano Esopo e Jean de La Fontaine cacciò in malo modo la povera cicala che era andata a chiedere un po' di cibo. Fosse per lei tutti gli artisti, gli attori, i comici, i cantanti, i saltimbanchi morirebbero di fame, accidenti a lei e alla sua avarizia. In ogni caso grillo non capisce certamente di vino perché con la vendemmia hai il mosto, mica il vino; che ne sa il grillo di fermentazione, di travasi e di altri importanti accorgimenti per fare il vino buono? Anch'io ne so poco o niente anche se ogni anno vendemmio, faccio il vino, e, come spiegava il grande Eduardo a proposito del caffè, siccome lo faccio io, mi convinco che è buono e lo bevo senza problemi. Ma il grillo veramente non ne capisce, anche se non è il solo campo nel quale capisce poco. 

 

                                                       QUEI POLITICI CHE CI FANNO ANDARE 'N AVANTI, 'N AVANTI



   Alla faccia degli speculatori del mercatino del gas di Amsterdam! Se ci coalizzassimo tutti il prezzo del gas scenderebbe a meno di un centesimo al metro cubo. Credo che ci faranno tornare alle sane abitudini di un tempo a sfruttare e valorizzare le risorse del territorio, come la legna, appunto, magari ripopolando le zone interne e contribuendo a tenere sotto controllo il dissesto idrogeologico.  Oggi ho recuperato tutta la legna ricavata dalla potatura degli ulivi di San Biagio che quest'inverno mi farà risparmiare un bel po' di quel gas il cui prezzo ha ormai raggiunto la stratosfera a causa dell'ingordigia di un gruppo di speculatori che politici inetti e burocrati europei si guardano bene dal perseguire. Un modo antico quanto il mondo per ridurre le bollette senza bisogno delle ridicole raccomandazioni di ministri estemporanei come quella delle docce di gruppo. E poi vuoi mettere  il piacere di un bel piatto di fagioli cotti nella pignatta di terracotta o una bella "voccula" di salsiccia arrostita al focolare? 
   Dice un antico adagio popolare: "Quannu c'eranu politici capaci jianu n'arreti, n'arretti, mo chi su tutti scapaci jamu 'n avanti, 'n avanti." Beh, non è proprio quello originale, ma il senso è quello. 

 

                                                                  'NZERTARE 'U PIRU A CUCUZZA

   'Nzertare'u cavulu a portigallu (Innestare l'arancio sulla pianta del cavolo) è un curioso sfottò caccurese per indicare un'azione insensata, sciocca, inutile che non approderà a nulla. Il cavolo, si sa, è una verdura annuale che non potrà mai fare da porta innesto a una piana destinata a vivere per decenni. 
   Per non prendermi gli sfottò ho sempre evitato un esperimento di questo tipo, ma quest'anno, su consiglio di un amico, ho fatto un'operazione simile, ma invertita, ovvero ho innestato la zucca su un pero. Non solo l'operazione è riuscita, ma ho raccolto pure un po' di zucche che potete vedere nella foto. Provare per credere. 

                                                                         ARANCINI BONTà SICULA



   Non ho mai avutola possibilità. per ovvi motivi, di assaggiare gli arancini della mitica Adelina che deliziano cos' tanto il commissario Montalbano, come ci racconta il maestro Camilleri, ma quelli che ci siamo preparati noi per cena non sono davvero da buttare. Pare che sia impossibile determinare con esattezza la data di nascita di questa specialità siciliana, né chi l'abbia inventata, ma credo andrebbe eretto un monumento all'anonimo chef  o all'anonima massaia. Si, è doveroso. 

 

                                                                                    FANFOLANDO

     In questo periodo mi piace fanfolare, tanto di fanfole se ne raccontano tante, alcune anche orribili come quella di quello che vuole aumentare la spesa militare del 2% mentre quotidianamente migliaia di imprese chiudono o mettono il personale in cassa integrazione per il costo dell'energia e le famiglie hanno paura di cucinare per non ricevere bollette stratosferiche. Almeno la mia fanfola è piacevole (almeno spero), non provoca danni e ci toglie qualche brutto pensiero dalla testa. Forse è un po' difficile da capire, ma per chi ha dimestichezza con certe poesie moderne è una bazzecola. Voi, comunque, provateci. 

 

                            LA TOFOLa
                    
di Peppino Marino

La Tofola s’impicchia e si fusticchia
e poi si catapulta nella stocchia
con fare altero e pepola marecchia
come se fosse un poco perastocchia.

Ma quando il sole scalda la riponia
e l’aria si riempie di catonia
la tofola s’intrufola nel tonfolo
e si rannicchia come fosse un cimpolo.

La sera esce per recarsi al fonfolo
dove l’attende il suo amico Rombolo
ma prima si  masticchia e si tristacchia
per apparire un poco meno vecchia.

 

                                               I MIEI ALUNNI POETI E SCRITTORI

 

      Mi è sempre piaciuto non solo insegnare nel senso di trasmettere nozioni ai miei alunni o preoccuparmi solo della loro educazione di uomini e cittadini, ma soprattutto stimolare la loro creatività. Non ho mai posseduto doti grafico - pittoriche, ma sono sempre stato un divoratore di libri e un discreto affabulatore, uno al quale piaceva tantissimo giocare con le parole per cui concentrai i miei sforzi sulle "letere." 
   Nei primissimi anni '70, sull'entusiasmo del '68 quando ci illudemmo di poter veramente cambiare la vecchia scuola nella quale qualcuno continuava a insegnare che Fiume e Zara erano due province italiane e che i duosiciliani votarono in massa SI al Plebiscito per l'annessione, introdussi in quinta elementare la redazione del giornalino scolastico e libri come Il giorno della civetta, Il sergente nella neve, Se questo è un uomo, Si fa presto a dire fame che molti miei alunni divorarono letteralmente e che furono determinanti nel far nascere in loro il piacere della lettura e, in qualcuno, anche della scrittura. Negli anni successivi continuai in quest'opera e cercai anche di stimolare l'inventiva e la creatività dei fanciulli che mi venivano affidati per farne scrittori e poeti in erba. Ancora nel 2001, sette anni prima del pensionamento, nonostante la "scuola a tempo vuoto" che rendeva frammentaria e problematica la didattica con la porta dell'aula trasformata in quella girevole del Grand Hotel, ero impegnato in quest'opera i cui frutti sono visibili in queste bellissime filastrocche scritte da alcuni miei bravissimi alunni e alunne che saluto con grande affetto. 

Caccuri  24 Febbraio  2001  

                                

           La canzone di Carnevale

 

Colombina di mezza sera cerca,
 cerca la primavera ,

la più bella che ci sia,

me la voglio portare via.

E la sera di Carnevale

 Colombina va a ballare

 e si fece accompagnare

 da un vecchio Barbablù c

he sareste proprio tu.

Vanessa Mosca.

 

Carnevale.

Pulcinella aveva un gallo

Ogni tanto ci andava a cavallo,

Con la briglia e con la sella

 viva il gallo di Pulcinella.

Scigliano Caterina

 

Il gioco di Arlecchino

Gioca, gioca Arlecchino

Con il tuo bello cavallino

Va a far spesa al mercato

Con il vestito colorato

 

Rao Donatella

Pasculli Giovanni Domenico.

 

                                      il dialetto arcaico                               

   Sere fa, in occasione della presentazione del libro La sapienza dei caccuresi di Luigino Ventura si discuteva della grande valenza delle tradizioni che fanno  di una folla di individui anonomi una comunità coesa che vi si riconosce, le rispetta e le tramanda. Una valenza ancora più forte è quella dei dialetti, le lingue locali parlate dai nostri avi che, oltre a costituire un patrimonio culturale inestimabile, ci permettono di riconoscerci anche fra migliaia di individui in qualsiasi continente. 
   Ho sempre amato il mio dialetto, soprattutto quei termini arcaici che vanno scomparendo, cosa che dobbiamo assolutamente impedire. Possiamo farlo continuando a usare il dialetto con i nostri familiari, i nostri parenti, i nostri compaesani, magari infarcendo la conversazione di sostantivi, aggettivi, verbi della lingua arcaica che sono, fra l'altro, bellissimi. Voglio darvene un esempio con questa poesiola. 

'E SIRE 'E 'NA VOTA

Quannu ‘a luce ancora ‘un c’era
‘ntra le case fridde e scure
S’allumava la jacchera
pe’ passare ‘nu paru ‘e ure.

‘Ntra i pagliari ‘n menzu i voschi
si nun c’era ‘na lumera
s’appicciavanu i varbaschi,
certe vote ‘n asca ‘e rera. 

Cu le menzaporte chiuse
e la casa chjina ‘e fumu
se ‘ncecavari e allu scuru
se cusiari, se gulliava
se facianu le ruselle
se manciavanu le tielle,
poi ‘nzignavanu a cimare
e se jianu a curcare.

 

                             Temporale estivo
  
                                      di G. Marino



Troni, lampi e scupettate;
para ca su’ ‘mpesati i Muncibelli!
‘U celu niguru para’ tinciutu ‘e gnorru,
l’aggelli su’ fermati re cantare
‘a terra arsa aspetta ‘nu rifriscu.

Poi caru’ quattru gucce sulamente,
i papagnuni liberanu lu celu,
l’aggelli ricumincianu a vulare
‘U tempu n’ha fissiatu ‘n’atra vota:
‘na scotulata ‘e giacca e n’ha squitatu.

                                                        TEMPO DI FICHI D'INDIA                                                     

    Non c'è solo Zifarelli, per fortuna, ma anche San Biagio, altrimenti dove raccoglieremmo i fichi d'India, questi succulenti frutti che fanno bene al corpo e allo spirito che la natura ci fornisce in quantità straordinaria senza che l'uomo debba preoccuparsi della loro coltivazione. Il fico d'India, infatti, è xerofilo, cioè molto residente alla siccità ed eliofilo, cioè ama il sole come le belle donne la tintarella. Il sapore è squisito, ma la cosa più importante è che regolano la funzione intestinale e, addirittura, il livello glicemico. Se poi il raccolto lo fai con i nipotini che osservano e apprendono e ti fanno compagnia si trasforma in una bella scampagnata, senza contare il notevole risparmio col prezzo della frutta che, come come ogni genere, sale giorno dopo giorno come l'ingordigia degli speculatori e la rabbia dei contadini. 

                                                                ARMI STRAORDINARIE PER TUTTE LE GUERRE

 

   Che giorni brutti che stiamo vivendo! Ogni volta che accendo il televisore lo spengo subito per gli orrori che scorrono sul video. Case e palazzi rasi al suolo, strade ingombre di cadaveri e macerie, mamme in fuga con i bimbi in braccio in cerca di pace e accoglienza, sangue dappertutto. Non è la prima e la sola guerra che insanguina il mondo negli ultinìmi trent'anni, ma è una guerra nel cuore del continente europeo che rischia di degenerare in un nuovo conflitto mondiale ed è, forse, la più pubblicizzata dai media anche perché scatenata dalla parte sbagliata che fa più paura e suscita più sdegno. Speriamo finisca presto.
   Questo ennesima carneficina ha innescato, purtroppo, anche una forsennata corsa al riarmo. Politici che sembravano equilibrati, seri, affidabili, invitano al riarmo. E se si fabbricassero un po' di armi come questo fucile straordinario di Zu Nicola? 

                                                          Il fucile che non volle sparare
                                                                      
di Peppino Marino

   Il vecchio zu Nicola, dando fondo ai suoi risparmi, aveva comprato un fucile nuovo, fiammante, con le canne luccicanti, il calcio in legno pregiato e una elegante cinghia in cuoio lavorato. L’arma era davvero bella, una vera magnificenza e il vecchio cacciatore non vedeva l’ora di provarla su qualche povera preda.
   La notte ebbe il sonno agitato come se vaneggiasse per la febbre. Sognò lepri, fagiani, quaglie, pernici, starne che non aspettavano altro che farsi impallinare dal suo fucile. Al mattino, prima ancora che spuntasse il sole, si mise il suo gioiellino a tracolla, si legò la giberna ai fianchi e si avviò verso la brughiera. Giunto ai margini della radura, caricò l’arma e prese ad avanzare con circospezione. Ad un tratto vide una lepre a pochi metri di distanza. Zu Nicola prese la mira e fece fuoco. Pum, fece il fucile, mentre uno sciame di coriandoli fuoriuscì dalle canne e prese a volteggiare nell’aria. La lepre rimase lì a guardarlo quasi divertita. Zu Nicola non riusciva a spiegarsi questo strano fenomeno. Intanto decine di allodole, incuriosite dal luccichio di quei pezzetti di carta colorata, si avvicinarono per osservare lo spettacolo. Alcune si posarono addirittura sul cranio pelato del vecchio lasciandoci anche qualche simpatico ricordino.
   Zu Nicola le cacciò via bestemmiando, poi si grattò la zucca nel vano tentativo di capirci qualcosa e concluse che, evidentemente, la cartuccia era stata caricata male. Allora aprì il fucile, estrasse il bossolo vuoto e vi introdusse una nuova cartuccia. Mentre camminava per la brughiera, uno stormo di tordi si levò all’improvviso in volo da un cespuglio di mirto. Il vecchio prese lestamente la mira e sparò, ma, anche questa volta, ebbe una sgradita sorpresa. Dalle canne del fucile, invece che piombo caldo uscirono migliaia e migliaia di petali di rose che, per un po’, oscurarono il sole. Un profumo intenso inebriò gli uccelli che svolazzavano di qua e di là mentre il povero zu Nicola, sempre più perplesso, girava e rigirava l’arma tra le mani senza capirci un tubo.
   Sempre più inferocito estrasse di nuovo il bossolo vuoto e introdusse una nuova cartuccia, poi riprese ad avanzare. Arrivato alla svolta del sentiero vide davanti a sé una magnifica volpe. “Questa non mi sfuggirà!”, pensò. Prese accuratamente la mira e tirò il grilletto. Ploff, fece il fucile mentre una infinità di bolle di sapone al profumo di cocco che uscivano dalle canne di quella magica arma si librò nell’aria. I raggi del sole, rifrangendosi attraverso quelle palline trasparenti, diedero origine ad un fantasmagorico arcobaleno che si stagliò nel cielo turchino. A quello spettacolo meraviglioso, gli uccelli presero a cinguettare più forte, le cicale si unirono al coro più allegre che mai, i grilli fecero sentire il loro gioioso cri-cri; perfino le corolle dei papaveri, delle calendule, delle violette, mosse da un dolce zeffiro, presero a ondeggiare lietamente.
   Zu Nicola, con la mente ottenebrata dall’ira, non se ne avvide, scaraventò il fucile in una scarpata e si allontanò bestemmiando. L’arma rotolò, rimbalzò, si fermò a ridosso di un sasso, poi riesplose eruttando, ancora una volta, petali di rosa. E mentre il profumo intenso si spandeva nell’aria, da quelle magiche canne uscirono dapprima sommesse, poi sempre più chiare, le bellissime note dell’Inno alla gioia, mentre la natura tutta partecipava alla straordinaria festa.

 

                                                                                       PASTA ALLA TAMARRIGNA

    Da quando mangio una sola volta al giorno cerco di mettere una cura particolare nella preparazione del pranzo. Oggi mi sono regalato un bel piatto di pasta “alla tamarrigna”, una ricetta partorita dalle mia mente contorta di montanaro con ingredienti “montanari” come pancetta, salsiccia piccante, passata di pomodoro, olive al forno, cipolla, aglio, salvia, rosmarino e timo. Tamarrigna viene da tamarro, rozzo, zotico, cafone in italiano perché in caccurese cafone assume il significato di ingordo, mangione. Insomma una pasta zotica, ma che mi ha mandato in visibilio. Non ho mai avuto l’opportunità di assaggiare la cucina dei grandi cuochi, quelli a 5 stelle, ma la tamarrigna non la cambierei con nessun piatto al mondo,

                                                          BRICOLAGE FORZATO

    Quando il maltempo non ti consente di dedicarsi al lavori da contadino, purtroppo in forte ritardo, ci si ingegna per passare il tempo e magari costruirsi qualcosa di utile. Così oggi mi sono costruito il tappo par scartavetrare, memore dei "segreti" rubati a mio padre e una squadra variabile per i tagli a 30 e a 45 gradi che esteticamente non sarà il massimo, ma che è abbastanza precisa e funzionale. Adesso, però, seriamo che Giove pluvio metta la testa a posto e ci consenta di piantare almeno le cipolle. 

 

                                      LA ZAPPA, IL TRIDENTE, IL RASTRELLO, LA FALCE E IL MARTELLO

     Ed eccoci di nuovo nell' Isola Amena, questa volta per trascorrevi 4 mesi fin quando non ci daranno lo sfratto, Da domani, come cantava il nostro grandissimo Rino, torneremo a impugnare "La zappa, il tridente, il rastrello, la forca, l'aratro, il falcetto, il crivello, la vanga" per lavorare "la terra che spesso t'infanga", ma poi ti dà frutta e verdura che, oltre che nutrirti, ti fa risparmiare un po' di soldini il che non è male, "specie di questi tempi che c'è stata una marea di aumenti come voi ben sapete", come scrivevano Totò e Peppino nella celeberrima lettera.  Ovviamente durante il giorno capita anche di impugnare la falce e il martello il che non mi dispiace per niente. 

 

                                                              PURU QUANNU VENA BRUTTA
                                                                               di Adolfo Barone

   Il mio amico Adolfo Barone, presidente del Premio Caccuri e cultore del dialetto caccurese mi ha inviato questo suo componimento che mi pare fotografi alla perfezione i tempi infami che stiamo vivendo, l'inerzia, l'indifferenza, il qualunquismo, la sfiducia delle vecchie e delle nuove generazioni, entrambe a mio avviso responsabili del degrado morale, culturale e socio politico nel quale sono piombati l'Italia, l'Europa e il mondo intero, i rischi che oggi corre l'umanità per l'avidità, la brama di potere, la stoltezza dei potenti. 
   Nelle mie poesie in lingua caccurese ho cercato quasi sempre di trattare temi leggeri, di usare l'ironia ritenendo che lo strumento si presti molto di più alla "commedia", ma rileggendo la poesia di Adolfo mi rendo conto che va bene anche per il dramma. 
    Complimenti, poliedrico Adolfo. Un abbraccio 


 

Puru quannu vena brutta ,
illu viva e ssi nne futta,
u’n sinne ncarica proprio e nente
cumu si u’n capitassa bberamente


Si le ricu ancuna cosa
illu s’aza e cancia posa
e s’inzistu ccu ssu martellu
me guardari e me ricia, senta fratellu:
ullu viri cchi munnu e cazzi

Stamu nescennu tutti pazzi
u r ’esistano chjiù i sentimenti
ma sulu a ragiune e ri putenti
illi mpizzanu puru a guerra

lassannu u munnu cul’interra.
cu lla scusa e guerre e pandemie
fricanu a tutti, puru a mia e a ttia.
u’n signu io ca minne futtu
è llu munnu chi s’è ruttu

 

                                                    L'EFFICACIA DELLE PREGHIER

   Come ci fanno sapere quasi quotidianamente i nostri giornalisti televisivi e cartacei, il governo studia da tempo misure per contenere l’aumento dei carburanti e dei prodotti energetici. Non ci dormono la notte. Intanto il gasolio ha ampiamente superato la soglia dei 2 euro a litro, l’energia elettrica e il gas non sappiamo a quanto sono arrivati perché non ci è ancora arrivata la bolletta, anche se sulle bollette, da sempre, più che gas ed elettricità, aumentano una serie di voci strane spesso ampiamente superiori all’energia consumata e un sacchetto di pellet non lo trovi a meno di 6 euro. Perfino le bombole di GPL sono aumentate in media di 5 euro. Ma il governo studia, mette in campo idee portentose per ridurre drasticamente i prezzi: "All'idea di quegli aumenti spaventosi, insostenibili, un vulcano, un vulcano la mia mente già incomincia a diventar", cantano i nostri governanti"  sull’aria di Figaro, ma le richieste dei "Lindoro" italiani di vedere qualche effetto prodigioso rimangono insoddisfatte. Intanto molti cittadini cominciano a recitare una versione modificata del Padre nostro nel quale si prega: “Padre nostro che sei nei cieli, non darci oggi un altro aumento quotidiano, ma liberaci da accise, addizionali e balzelli vari, anche perché da trent’anni ci hanno tagliato tutto e ci hanno lasciato solo la lingua.” Ancora per poco.”  Personalmente ho fiducia più nella preghiera che nei provvedimenti dei migliori.  

 

                                                        PIACERI DELLA GOLA 



     In questi giorni tristi e freddi, non solo meteorologicamente parlando perché le stagioni, tutto sommato fanno il
loro dovere, ma per la nostra stupidità con la quale abbiamo affidato le sorti del pianeta a una manica di pazzi, tutti, nessuno escluso, ci concediamo, finché sarà possibile, qualche piacere della gola come questa lasagna alla zucca che è veramente eccellente, ipocalorica e nutriente. 

                                                                      SALATU ARRUSTUTU



                                                               SALATU ARRUSTUTU

Erano quasi 50 anni che non mangiavo il lardo arrostito in campagna, all'aperto, con lo spiedo di legno ricavato da un ramo di ulivo potato. Oggi, approfittando della potatura degli ulivi, m'he cacciatu 'a gulia. Quannu canta lu cuculu 'u salatu se mancia cruru, recita un vecchio adagio, ma ancora ci vuole qualche mese prima che il simpatico uccello si faccia sentire per cui l'unico modo per mangiarlo è, appunto, arrostito al fuoco. Ragazzi, 'a fresa 'e ra sazizza è eccellente, ma quella 'e ru salatu non teme confronti. Assaggiare per credere.

 

                                                                      ZIFARELLI, ZONA SMILITARIZZATA 

   Zifarelli è un'oasi di pace, una zona smilitarizzata dove non ci sono armi, nemmeno coltelli esclusi quelli da cucina con la punta arrotondata. In  questi giorni tristi come ce ne sono già stati tanti, troppi, in un passato lontano, ma anche recente costellato da guerre in tutte le aree del mondo delle quali spesso ci si dimentica o si dimenticano troppo in fretta,  perché a volte pensiamo che  ci sono guerre buone e guerre cattive, guerre per le quali ci si indigna e altre per le quali si diventa indulgenti, se non giustificazionisti, vorrei che tutti gli abitanti del pianeta, tutti i bambini del mondo, quelli ucraini, quelli afgani, quelli siriani, quelli palestinesi, quelli libici, quelli etiopi potessero godere della stessa pace di Zifarelli. Vorrei che il mio piccolo podere fosse grande quanto il mondo per poterli accogliere tutti da me, chiudere il cancello e tenere fuori i potenti, i prepotenti, i vampiri che succhiano il sangue e il cibo di miliardi di esseri umani per accumulare ricchezze che non riusciranno mai a spendere per il solo gusto di figurare al primo posto delle classifiche dei riccastri, mentre tanta gente muore perché non ha nemmeno un biscotto o un bicchiere d'acqua per non disidratarsi. Questa parte rapace di umanità meriterebbe ampiamente l'estinzione. 

P.S.

Al primo che fraintende il post e mi definisce comunista come se questo fosse un marchio d'infamia e non un vanto gli sputo in un occhio. 

 

                                                               WASHINGTON, MA BUONE 

 

   A parte il nome americano, che è l'unica cosa che non mi piace, le mie arance di San Biagio sono veramente eccezionali. Non so a chi sia venuto in mente di chiamare i "portigalli" Washington e non mafari Lisbona o Oporto secondo la credenza che il nome derivi dal fatto che il Regno di Napoli le comprava dai portoghesi o Atene visto che il sostantivo dialettale deriverebbe dal greco portokalì, me  miei frutti sono davvero suisiti, dolcissimi più dello zucchero,  biologici al 1000% (millepercento) senza alcun trattamento, senza nemmeno l'irrigazione periodica dal momento che San Biagio è una zona arida, con dentro tutto il sole della Calabria per l'esposizione a sud della pianta che gode dei raggi del sole dall'alba al tramonto. Unico neo: ne ho una sola pianta, ma per noi è sufficiente. 


                                                                    
CANCHE L' ESTATE DI SAN VALENTINO?

              

     Stasera a Zifarelli ci godiamo questa bellissima serata estiva dopo una giornata che, volendo, si poteva stare in canottiera. I vita mia non mi era mai capitato, il 19 febbraio, alle 7 di sera, di registrare una temperatura esterna di 16 gradi. Che oltre all'estate di San Martino ci sia anche quella di San Valentino? Boh? Comunque a meno di qualche improbabile colpo di coda, anche questo inverno se ne sta andando senza senza pungere, senza nemmeno qualche leggero pizzicotto. Oggi ho dovuto perfino irrigare il prato perché, come dicevano amaramente i nostri vecchi nei periodi di prolungata siccità, " 'U celu è stagnatu". Io non sono uno scienziato, ma molto dicono che la causa avrebbe l'effetto serra. Eppure i grandi, pardon, i nanetti che reggono la terra, continuano imperterriti a consentire bruciare carbone e petrolio anche per fabbricare bottiglie di vetro o di plastica che saranno usate una sola volta consumando non solo energia, ma anche materia prima. E mentre l'Europa emana direttive per vietare la plastica monouso o fa finta di emanarle, i nostri governicchi continuano a tutelare miserabili interessi di bottega di padroncini che ricorrono ogni volta al ricatto occupazionale, mentre l'occupazione è sempre più precaria, i lavoratori sempre più sfruttati e, spesso, licenziati dai delocalizzatori con un semplice whatsapp.

                                                                    Stornello dello scalognato  
                                                                    
di Peppino Marino

          
            

Fiore di campo,
dopo tant’anni a scuola sono stanco  
e se non mollo subito mi rompo,
fiore di campo.  

Fior da odorare,
che bello stare senza lavorare,
potendo allora sol mangiare e bere,
fior da odorare. 

Fior di melissa,
mentr’io lavoro c’è chi se la spassa,
ecco il motivo perché, forse, s’ingrassa,
fior di melissa.  

Fiore di ruta,
così va ognor al mondo ormai la vita,
ma dovrà pur finir questa partita!
Fiore di ruta.  

Di bucaneve,
domani vo ’ a raccogliere l’olive.
Ed il riposo Nino se lo sogna!
Fior di cotogna!  

Fiore che odora,
e la domenica, intanto, olive ancora,
ma guarda la mia vita quant’è amara,
fiore che odora.  

O fiore informe,
c’è, invece, chi la domenica dorme.
Nel letto indugia sino a far le tarme,
o fiore informe.  

 Fior di forsizia
al mondo c’è sempre meno giustizia:
c’è sempre chi è felice e chi in mestizia.
Fior di forsizia.  

Fior di gigliata,
però domani  faccio una grigliata
e poi la bagno co'   ‘na gran bevuta,
fior di gigliata.  

Fior dell’olivo,
come sono felice quando bevo,
poltrisco, dormo, leggo, oppure scrivo!
Fior dell’olivo.

                                                                          ALTERNATIVE A SANREMO 

  Ieri sera, per paura di incappare nelle giacche di Amadeus, mi sono messo a ricerca di qualcosa di interessante. Ma sarò perso lo splendido monologo di Drusilla Foer che ho letto sui giornali on line e la lezione alla povera Zanicchi, ma, in compenso, a testimonianza che la RAI, se vuole, sa anche offrire spettacoli gradevoli, su RAI 5 ho avuto la gradita sorpresa di incappare in una Bohème registrata nel 2014 nel Teatro Puccini di Torre del Lago Puccini, paesino che ho avuto la fortuna di vistare grazie a una cara amica di Carrara alcuni anni fa assieme alla casa del grande maestro, Interpreti  la compianta Daniela Dessì nel ruolo di Mimì e Fabio Armiliato in quelli di Rodolfo.  Una Bohème che si avvaleva della regia di un grande del cinema italiano come Ettore Scola alla sua prima regia lirica due anni prima della sua scomparsa. Una chiccheria. Un tragico destino accomunò il regista campano e il soprano genovese che si spensero entrambi nel 2016.

                                                                          'UN S' 'A MANCIANU 'A FRESA! 

 

   Arrostire la salsiccia alla piastra, sul gas non è certamente il massimo, ma è il prezzo che dobbiamo pagare alla modernità. Anche nei nostri piccoli paesi sono ormai quasi spariti i caminetti e la gente preferisce il riscaldamento a gas o a pellet, molto più pratici e, facendo bene i conti e considerato che un impianto di questo tipo riscalda tutta la casa e non solo la stanza dove c'è il caminetto, anche più economici. Ma tornando all'arrosto, anche con la piastra si può cuocere a puntino la salsiccia e farci una bella fresa. Arrostire la salsiccia senza fare la fresa sarebbe come mangiare il gelato e buttare via la cialda che a me piace quasi più del gelato, come la fresa quasi più della salsiccia. Certo, mangiare la fresa non è da tutti; solo le persone in gamba, insegnavano i nostri nonni, "se mancianu a fresa", infatti molti politici non la mangiano e i risultati si vedono. 

                                                            IL GRANDE FRATELLO 


  
     Ieri ho assistito a una bellissima puntata del Grande Fratello che ho cercato di sintetizzare al massimo in questo collage. Non c'è che dire, l'Italia è il più bel paese del mondo. All'estero se lo sognano questi spettacoli.  A proposito: e se eleggessimo Signorini? Credo che a differenza di certi nomi che circolano abbia carisma e autorevolezza più che sufficienti per diventare presidente. 

                                                                        PEPPINO MARINO I

   Fare le scopa doppia, e incassare il settebello con quattro ori è una cosa che ti puoi permettere solo se ti chiami Peppino Marino. Almeno così la pensava il maestro Francesco Antonio Fazio che immortalò la giocata ai danni del perito agrario Antonio Loria in questo quadro di proprietà degli eredi di Angelo Ventura (Micuzzu 'u biunnu); abbattere due tordi in volo in direzioni opposte, con tutta calma e con la pipa in bocca può farlo solo uno che si chiama Peppino Marino, almeno così raccontava l'amico Peppino Sperlì che come tutti i giovani si credeva il migliore, ma fu ridicolizzato da un vecchio; a buggerare un arciprete colto e un perito agrario da analfabeta con un motto in latino maccheronico ingollando l'unico uovo a disposizione nella trattoria può riuscirci solo un Peppino Marino, come si racconta in paese da quasi un secolo. Questo era Peppino Marino, calzolaio, commerciante e albergatore, classe 1877 deceduto nel 1960. 

                                                                   LA SCOMPARSA DELLA NEVE

      Ieri abbiamo atteso invano per tutta la notte e la giornata seguente che cadesse qualche fiocco di neve come annunciato dai meteorologi, ma di neve nemmeno l'ombra come accade ormai da anni, tranne qualche sporadica comparsa o forse sarebbe meglio dire apparizione per la rapidità con la quale smette di nevicare e quel leggero strato che si deposita sui tetti e sulle strade si scioglie. Che tristezza! Non ci aspettavamo di certo le nevicate del 1956 quando vidi per la prima volta in vita mia aprirsi un paracadute con viveri e medicinali per i contadini che vivevano nei casolari sparsi nella campagna o quelle del 1980 e 1982 che misero a dura prova la nostra resistenza per molte settimane, ma mi accontenterei anche di questa bella nevicata del dicembre del 1968 quando i miei genitori, dopo un anno, tornavano a Caccuri per trascorrere le feste natalizie e rivedere il loro figlio che aveva conseguito qualche mese prima l'abilitazione magistrale. 
  A parte la neve, questo mio scatto ci mostra le vie Vittorio Veneto e Colonnello Maddalena prima della costruzione
delle case comprese tra la mia e quella dei signori Mercuri e la casina nell'orto del maestro Annibale Cimino nella quale chiudeva l'asino il mio amico Vincenzo Fazio (Ciciarone). Altri tempi quando ancora il riscaldamento globale non aveva ancora cominciato a mostrare le sue tragiche conseguenze.  

 

 

                                                                            Frustra



    
Frustra è un curioso avverbio latino ripreso da Dante. Ricordo confusamente. a quasi 60 anni di distanza, di averlo letto in un componimento, mi pare di Ovidio (ma non ci scommetterei), nel quale si parlava di un capretto al quale erano spuntate le corna "frustra", cioè invano, inutilmente, essendo destinato, di lì a poco, a finire in qualche teglia.
    Questa sorta di rimpianto mi è tornato alla mente l'altra sera vedendo la piazza di Caccuri completamente deserta, ma con le luminarie accese, "frustra", appunto, dal momento che più anni passano, meno gente se le gode.

 

                                                      PERICOLOSI ASSEMBRAMENTI

 

Croci ore 15 dell'8 dicembre 20121 

   Francamente non capirò mai perché, con una situazione del genere, non si decida finalmente a istituire un bel lock down almeno a Caccuri. Ditemi un po' se si può andare avanti così, con tutti questi assembramenti di ombre che se ne vanno tranquillamente in giro senza mascherina e, probabilmente, senza green pass. Non so nel centro storico, ma nel rione Croci, come potete vedere anche voi da queste foto, di rispettare le regole per la prevenzione del Covid proprio non se ne parla. Un bel po' di multe salate, quelle ci vorrebbero per questi screanzati! 

 

          LA PASTA? PERCHè NON COLORATA?



   La pasta? Perché non farsela in casa, fresca, bella, colorata? Basta poco e ci si si diverte pure: farina di semola rigorosamente italiana, quella senza glisofati, borraggine e altre verdure di Zifarelli, pomodoro o anche peperoncino per i buongustai, uova, magari delle tue galline e un pizzico di fantasia per inventarti il formato . In mancanza di quest'ultima ci si può rifugiare nelle classiche tagliatelle. E domenica proviamo a condirla col ragù di costine di maiale e magari un  po' anche con solo olio e formaggio. 

 

                                                       'E GULIE

    Cari amici, ogni stagione ha le sue delizie, anche se io sarei disposto a rinunciare a molte di esse per il sole, il caldo e la  luce dell'estate, anzi della fine della primavera quando le giornate sono lunghissime. Ma ora parliamo dell'autunno, dei suoi meravigliosi colori, dell'odore del mosto, delle "ruselle"e delle insalate di arance delle quali vado matto tanto da non farle mai mancare al mio desco. Dopo averle tagliate a rondelle le condisco con un pizzico di sale, un filo di olio extra vergine di pennulara, una spruzzatina di pepe macinato e qualche fogliolina di timo. Comunque sono aperto a ogni suggerimento perché 'sti quattru jorni chi stamu supra 'a terra n'avimu 'e cacciare tutte 'e gulie. 

 

                                  LA LUCE E LE TENEBRE

   Sono appena le 6 del pomeriggio di questo 27 novembre 2021, ma è già buio da un pezzo. Per rivedere la luce bisognerà aspettare altre 12 ore; 12 lunghe ore di tenebre rischiarate, per nostra fortuna, dalle lampade a led fatte installare dal nostro infaticabile amico Vito Salerno, ma pur sempre difficili da accettare, soprattutto in questo "cimitero" che è ormai il rione Croci popolato (ma sarebbe forse meglio dire spopolato) da noi vecchietti ultra settantenni. "Un po' di vita" la si vede solo quando è aperto il supermercato Crai, ma il giovedì pomeriggio e nei giorni di festa strade deserte e silenziose dove non passa nemmeno l'ultima carrozza cigolando, né un gatto innamorato che randagio se ne va; desolazione e, appunto tenebre. 
   Ora se le notti autunnali interminabili provocano angoscia a noi uomini del XXI secolo che abbiamo la luce elettrica, internet, la televisione che ci intrattiene con I soliti ignoti, il Grande fratello, la ghigliottina, i talk show dei sentimenti e quelli dei rompimenti, cercate di immaginare cosa provavano i primitivi che per far luce avevano solo la torcia 'e rera, senza internet e senza la televisione. Tristezza, noia, ma anche il terrore che qualcuno, piano, piano uccidesse il sole, inghiottisse la luce che spariva giorno dopo giorno fin quando si sarebbe consumata anche la torcia. Capite ora perché il solstizio d'inverno era considerato il più grande dei miracoli: il sole che sconfiggeva i suoi terribili nemici e rinasceva, partorito da una vergine e perché una miriade di semidei, da Horus a Mitra, da Budda a Zoroastro, a Dionisio, ad Attis, a Krishna, a Bacab, a Quetzalcoat, a Cristo nascono tutti intorno al 25 dicembre, muoiono crocifissi, scendono agli inferi, vincono le tenebre e risorgono a portare la luce nel mondo? Capite perché Natale era la festa più grande e più attesa da tutti i popoli e da tutte le civiltà, più della Pasqua quando a risorgere non è la luce, ma solo la natura che, comunque può farlo solo grazie alla luce che è il principio di ogni cosa? E allora viva il solstizio, viva la luce, viva il Natale. Coraggio, ormai mancano solo 24 giorni, poi torneremo pian piano a vivere, anche in questo "popoloso deserto che appellano Caccuri", come cantava Violetta. 

 

                                                                             PROVVISTA DI "CRAPUZZE"

   E con questi due sacchi abbiamo completato la provvista annuale di cicoria selvatica o "crapuzza" con la quale andremo avanti fino a primavera quando avremo la possibilità di sostituirla con la canasta fresca, la rucola, il crescione, la lattuga romana coltivate a Zifarelli. Se qualcuno alla fine degli anni '60 dello scorso secolo mi avesse detto che sarei tornato a mangiare foglie, crapuzze, lapristi, mi sarei messo a sghignazzare beffardamente. Fino a 16 anni non mangiai altro  e dopo giurai a me stesso che non ne avrei assaggiato mai più, invece adesso le gusto nel minestrone con i fagioli, fritte con la pancetta o anche solo con l'olio, magari tra due fette di pane, la mia vecchia colazione dei primi due anni del magistrale. 

 

                                                                                   PROVVISTE DI VITAMINE

   Oggi con quasi un mese di anticipo rispetto al solito, ho allestito il mio albero di Natale per festeggiare il sol invictus e la nascita della luce. Un albero di Natale particolare nel quale al posto delle tradizionali palline colorate fanno bella mostra di sé un pò di arance che, a detta di un amico, sarebbero delle Washington. 
  Beh, non è proprio così, l'albero non l'ho allestito io, anche se l'ho messo a dimora molti anni fa nel mio podere di San Biagio e le "palline", invece di emanare luce, assorbono avidamente quella del sole per restituirmela sotto forma di vitamina. Già che c'ero ho incrementato la provvista di cicorie salvatiche o ""crapuzze" come le chiamiamo a Caccuri per la nostra settimanale zuppa con i fagioli. 

 

                                                                 SIPARIETTO OSPEDALIERO

    Accompagno mia moglie in una struttura sanitaria privata per una radiografia toracica. All'entrata ci accoglie un addetto alla vigilanza che ci chiede il greenpass e ci misura la temperatura con quella specie di pistola che adesso ti puntano in fronte. Mostriamo diligentemente il passaporto sanitario e stiamo per entrare. L'addetto mi prega gentilmente di aspettare all'esterno della struttura cosa che faccio volentieri per una sorta di idiosincrasia per gli ospedali. 
   Dopo qualche minuto, accortosi che mie moglie è non vedente, mi viene a cercare, si scusa ripetutamente e mi invita ad entrare per aiutarla. Passa un po' di tempo e la chiamano in radiologia pregandomi ancora di accompagnarla. La guido titubante fino all'entrata della sala raggi. Si affaccia il tecnico e mi invita ad entrare per aiutarla a spogliarsi. Temo di non aver capito bene e gli chiedo se posso davvero varcare quella soglia al che mi dice: 

"Si può entrare, tanto è il marito, vero? E' sicuro di essere il marito della signora?"

"Beh, gli faccio io, una volta, tanto tempo fa, un prete mi assicurò di si, ma sa, io dei preti mi fido poco."

Il tecnico scoppia in una risata sonora e poi mi fa: "E fa bene!"

  Mia moglie che fa la radiografia e 10 minuti dopo lasciamo la struttura con il referto. 

 

                                        UN POVERO PIATTO DA RE

    
      
   

   C'è un signore che da qualche settimana se la prende col reddito di cittadinanza perché a suo dire per colpa di questo sostegno economico che si dà alla povera gente non si troverebbero schiavi da far lavorare per una miseria in ristoranti che magari ti fanno pagare 30 euro un uovo alla coque. Di locali come questi, nei quali preparano magari "ciofeche infiocchettate" servite da camerieri in giacca bianca e guanti per stupirti con gli effetti speciali e svuotarti il portafoglio ce sono a bizzeffe, me in questi posti i piatti squisiti e semplici della civiltà contadina se li sognano. Come quello in foto.
  Stasera mia moglie ha voluto preparare questa specialità che non mangiava ormai da 60 anni e che era lo spuntino dei frantoiani ('ù manciare 'e ri trappitari) col quale questi lavoratori si prendevano una pausa interrompendo il massacrante lavoro al quale erano sottoposti. E' un piatto molto semplice, povero: pane ibagnato nell'acqua, salato e fritto nell'olio delle olive appena spremute. Più povero di così si muore, ma
di fronte a un piatto così quelli sofisticati ed elaborati di certi chef si devono "arrasare." Peccato che ne abbia preparato solo 3 fette: avrei cenato solo con questo, ma lo farò a breve. 

 

                                                           ‘U SPITILLU
                                    
di Peppino Marino



Quannu ‘u cafè se vinniari cruru
oppuru arrivava lu paccu ‘e l’Argentina
pe’ ogne via se sentìa n’adduru
n’aroma c’era ‘na vera cosa fina
pecchì ‘e nanne norre abbristulivanu
i cocci virdi dintra lu spitillu
E allura ‘e nasche norre se ricriavanu.

‘E chilli tempi chissu era lu sballu
megliu 'e ra maijuana e cocaina
ca chill’adduru te ravari ‘na forza,
‘na gioia, ‘n’allegria, ‘na cuntentizza
ca ‘a gente pariari nesciuta pazza

Mo si vo’ sentere ancora chill’adduru
te tocca jire finu a Copanellu
pecchì ‘ntra ‘stu paise ‘un c’è cchiu nente;
né lu spitillu e né nemmanu la gente.

                      DA CACCURI A ZIFARELLI COME LA POVERA PROSERPINA

 



     Da ragazzi, quando già nella scuola media si studiava la poesia epica e la mitologia grazie alle quali abbiamo imparato a leggere e a scrivere più o meno correttamente, arricchito il nostro patrimonio linguistico e appreso qualche nozione sulla cultura dell'antica Grecia e non solo, oltre alle vicende degli eroi come Ettore, Achille, Enea, Ulisse, Agamennone, Sarpedonte, a quelle delle sventurate Elena, Andromaca ed Ecuba, ci appassionavamo anche ad alcuni miti tra i quali quello di Proserpina, la figlia di Cerere rapita dal cattivo Plutone, re degli Inferi sulle rive del lago Pergusa nei pressi di Enna, secondo alcuni, a Hipponium, l'attuale Vibo Valentia secondo altri, e portata nel suo regno. Messa di fronte al fatto compiuto la povera madre della sventurata fanciulla poté fare ben poco (all'epoca ancora c'era stata una Franca Viola a insegnare alle donne a ribellarsi alle prepotenze e ad avviare il processo di emancipazione femminile), ma ottenne da Giove, uno che si macchiò parecchie volte dello stesso misfatto, di farla tornare, almeno per 6 mesi all'anno sulla Terra, mentre gli altri mesi se ne stava col violento e tristo consorte. L'addolorata madre allora nei sei mesi che la figlia trascorreva agli Inferi spogliava gli alberi delle foglie, faceva sparire i fiori e ricopriva la terra di neve e gelo, ma quando la ragazza tornava allora preparava una grande festa, ricopriva la terra di fiori e faceva crescere le messi. 
    Sull'esempio della figlia di Cerere anche noi, da due anni, trascorriamo alcuni mesi "agli Inferi" e almeno quattro mesi sulla terra, a circa due chilometri di distanza con la differenza che i fiori e soprattutto i frutti non sono opera di Cerere, ma del nostro duro lavoro. Da tre mesi siamo tornati agli inferi, anche se quotidianamente facciamo la consueta puntatina "sulla terra" anche per governare gli animali, ma già contiamo i giorni e fra due mesi, con il ritorno della luce, cominceremo, almeno psicologicamente, a prepararci al grande ritorno. 

 

                                                                                VIno FATTO IN CASA

Ma per i Zifarelli 
al ribollir dei fermentatori
va il dolce odor del mosto 
che vino si farà. 

   Anche questa è fatta e che stavolta sia la volta buona. Quest'anno dovrebbe essere una buona annata per il vino con l'agosto eccezionalmente caldo che abbiamo avuto. Adesso ci concentriamo sul raccolto delle olive per la provvista del nostro olio extra  vergine di olivo l' Evo come si usa chiamarlo adesso in ossequio alla mania acronimica e alla parità di genere, perché adesso devi stare attento anche a come parli se non vuoi finire linciato. 

 

                                                          CARICAAAAAAAAAAAA!  

   

  
Quello che colpisce di più in queste elezioni amministrative non sono le vittorie al primo turno di Sala a Milano, di Manfredi a Napoli e di Lepore a Bologna e nemmeno quella di Occhiuto in Calabria; no, queste piccole imprese, queste inezie, queste bagatelle, queste qusquilie, queste pinzillacchere passano in secondo piano rispetto alla strabiliante affermazione dell'unico candidato di Italia morta e sepolta nel comune di Terzorio nel quale ha raccolto quasi tutti i voti dei 189 elettori, un capolavoro del coordinatore on. Rosato che resterà nei manuali di politica in secula secolorum a disposizione di milioni di studenti di scienze politiche e politologi. Più che legittima dunque la soddisfazione dell'inventore del rosatellum che si può cogliere nella foto. 

 

                                                                        NON PROVOCATE I MASCHI

   Lo stupro è un reato odioso, un delitto orrendo contro la persona, una violenza inammissibile nei confronti della donna, una vergogna per il genere umano. Gli stupratori andrebbero condannati a pene severissime, esemplari, senza attenuanti.
Eh, si, una cosa terribile, gravissima. Non ci sono parole per questi atti violenti e vergognosi da parte dell’uomo!

Però anche le donne…….. magari anche loro hanno le loro colpe. Se forse non ci fosse un comportamento esasperante, aggressivo anche dall’altra parte……  E poi così belle, così giovani…… in minigonna, in giro da sole per la città, nelle discoteche, al mare in bikini…….. Forse se stessero tappate in casa, se per strada indossassero il burka, se avessero le gambe storte, magari una più corta dell’altra, un occhio di vetro, l’alito pesante……. Chissà, forse non ci sarebbero tanti stupri.

Tranquilli, non è farina del mio sacco, ma più o meno il contenuto di uno sketch del grande Dario Fo degli anni ’70. 

                                        OSTIE CON LA FARINA DEL DIAVOLO

  ve la ricordate la famosa canzone di Leo Chiosso e Giancarlo Del Re musicata dal maestro Gianni ferro e cantata da Mina con la colalborazione del bracìvissimo Alberto Lupo? "Parole, parole, parole, non cambi mai, non cambi mai, non cambi mai....." Beh, mi pare si presti benissimo a descrivere il capitalismo italiano e i suoi campioni sempre pronti a chiedere aiuti di stato o dell'UE non disdegnando qualche furbata come se fossimo ancora negli anni '50 e '60 del secolo scorso. Come la pretesa accedere ai finanziamenti per la ripartenza per produrre energia verde e rinnovabile utilizzando il gas e magari il petrolio oppure energia elettrica, per sua natura pulita, con le centrali a carbone. Le ostie consacrate, insomma, con la farina del diavolo. 

 

                                                                 ALLU MUNNU FURTUNA E ALL'ORTU LITAMA

   Va bene, direte voi, c'è da motozappare la terra, assolcare, spargere il letame, seminare, innaffiare, rincalzare, sarchiare, raccogliere i fagioli e sgranarli, ma cosa volete sia tutto qusto di fronte alla possibilità di prepararsi una squisita fagiolata come questa sapendo  di mangiare un prodotto eccellente, senza fertilizzanti chimici, ma fatto con il letame perché l'orto è come il mondo: "Allu munnu ce vo' fortuna e all'ortu ce vo' litama" perché se ci metti il concime i fagioli sono meno salutari e meno saporiti. "Un fagiolo salverà il mondo", scrisse qualcuno; figuriamoci 'nu tuminu!

 

                                                               VACCHE, MUCCHE E CIARAMELI

      C’è una frase che il grande Totò ripeteva spesso in molti suoi film per mettere alla berlina i boriosi, quelli che “ So io quello che dico”, “Io si che ne ho viste tante” etc. : “Io sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo” che, assieme al “Ah, parla italiano? Complimenti!” rivolto al “ghisa” milanese e che vale cento saggi sulla questione meridionale, sono tra le più belle battute di tutto il cinema italiano.
  Anche a Caccuri abbiamo avuto il nostro Totò, anzi Luigi o, come lo conoscevano tutti, Gasperino, che quando doveva zittire qualcuno che si dava delle arie lo ammoniva: “Sono stato in un paese dove le vacche si chiamano mucche e li ciarameli si chiamano tegole.” Questo strano paese, per la cronaca, era Cesena dove il nostro aveva prestato il servizio di leva.

                                                              OMAGGIO AI NOSTRI GRANDI MAESTRI



    C'erano una volta a Caccuri tanti bravi cestai che con materiali poveri quali rami di salice, di nocciolo, canne, creavano capolavori assoluti realizzando un perfetto connubio tra la natura che ci forniva questi materiali e l'ingegno umano, l'abilità di uomini umili forgiati dal duro lavoro quotidiano, un patrimonio di conoscenze che si tramandava di generazione in generazione prodotto di una civiltà millenaria. In questo momento ne ricordo solo alcuni come Giovanni Guzzo (Giuvanni Iura), Gabriele Perri, Giovanni Girimonte, Terigi Mele,  Mico Girimonte, ma ve n'erano tanti altri, mentre altri maestri, soprattutto pastori, creavano altri preziosi oggetti d'uso comune come "gammelli", mestoli di legno, fiscelle, zufoli, fellure. Spesso questi uomini umili, laboriosi, saggi, oltre alle straordinarie abilità manuali possedevano conoscenze meteorologiche e astronomiche che utilizzavano quotidianamente per le loro attività. Conoscevano il ciclo di Metone, il numero aureo, l'epatta, il calcolo delle fasi lunari e dell'epatta, le costellazioni senza aver mai letto un libro, cose delle quali molti laureati dei nostri giorni non hanno probabilmente mai sentito parlare. Oggi questi immensi tesori di abilità e conoscenze sono andati dispersi, non c'è più nessuno, almeno a Caccuri, che costruisca cistelli, panari, tafarelle, fiscini (anche se quest'ultimi contenitori ormai non servono più) e se vuoi comprare una bellissima tafarella come quelle nella foto a destra ti devi rivolgere a qualche maestro dei paesi vicini che ancora conserva la memoria di un passato che va scomparendo. Peccato

                                                                                 QUANT' è BRUTTA L'IGNORANZA

 

   Nel corso di uno dei primi viaggi di esplorazione della mia Calabria nel lontano 1969, assieme a mio cugino Saverio, ci fermammo a pranzare in un ristorante sulla costa ionica nei pressi di Gioiosa. Al cameriere che si presentò al tavolo per servirci chiedemmo di consigliarci qualche piatto e lui, amabilmente, ci consigliò per primo paglia e fieno e per secondo surici fritti.
   Pensando a una presa per i fondelli stavamo per reagire platealmente, ma attaccare briga in paese forestiero, in una zona all’epoca un po’ turbolenta, sarebbe stata una pazzia. Perciò con un sorriso appena accennato chiedemmo comunque di dare uno sguardo al menù e, con nostra gradita sorpresa constatammo che le due specialità erano riportate anche sulla carta che veniva consultata da tutti gli avventori del ristorante. Non era quindi una presa in giro, ma un qualcosa che la nostra ignoranza faceva apparire tale. A questo punto i dubbi sparirono e mio cugino decise di ordinare le due specialità costringendomi, con l’autorevolezza che gli riconoscevo in virtù dei 12 anni di vita e di esperienza in più rispetto alla mia, ad accodarmi alla sua decisione.
La paglia e il fieno non mi spaventavano molto, in fondo alle cicorie selvatiche c’ero abituato da sempre    , ma al pensiero di dover mangiare i surici (i topi per i non calabresi) provavo un po’ di sconcerto di stomaco.      
    Tutte le perplessità crollarono una ventina di minuti dopo quando il cameriere si ripresentò con due eccellenti piatti di pasta bicolore e una frittura di pesce da leccarsi le dita e anche tutto il braccio. Allora capimmo una grande verità che l’ignoranza è causa di pregiudizi, disprezzo per l’altro e, a volte, anzi quasi sempre, di odio, senza contare che ti costringe a privarti del bello e dell’essenziale della vita. Meditate razzisti, omofobi, xenofobi e integralisti.

IL CIMENTO

  Ed eccola sua maestà la pasta al forno alla calabrese, il piatto che nei giorni di festa solenne non può mancare sulla ta

   Nel corso di uno dei primi viaggi di esplorazione della mia Calabria nel lontano 1969, assieme a mio cugino Saverio, ci fermammo a pranzare in un ristorante sulla costa ionica nei pressi di Gioiosa. Al cameriere che si presentò al tavolo per servirci chiedemmo di consigliarci qualche piatto e lui, amabilmente, ci consigliò per primo paglia e fieno e per secondo surici fritti.
   Pensando a una presa per i fondelli stavamo per reagire platealmente, ma attaccare briga in paese forestiero, in una zona all’epoca un po’ turbolenta, sarebbe stata una pazzia. Perciò con un sorriso appena accennato chiedemmo comunque di dare uno sguardo al menù e, con nostra gradita sorpresa constatammo che le due specialità erano riportate anche sulla carta che veniva consultata da tutti gli avventori del ristorante. Non era quindi una presa in giro, ma un qualcosa che la nostra ignoranza faceva apparire tale. A questo punto i dubbi sparirono e mio cugino decise di ordinare le due specialità costringendomi, con l’autorevolezza che gli riconoscevo in virtù dei 12 anni di vita e di esperienza in più rispetto alla mia, ad accodarmi alla sua decisione.
La paglia e il fieno non mi spaventavano molto, in fondo alle cicorie selvatiche c’ero abituato da sempre    , ma al pensiero di dover mangiare i surici (i topi per i non calabresi) provavo un po’ di sconcerto di stomaco.

   Tutte le perplessità crollarono una ventina di minuti dopo quando il cameriere si ripresentò con due eccellenti piatti di pasta bicolore e una frittura di pesce da leccarsi le dita e anche tutto il braccio. Allora capimmo una grande verità che l’ignoranza è causa di pregiudizi, disprezzo per l’altro e, a volte, anzi quasi sempre, di odio, senza contare che ti costringe a privarti del bello e dell’essenziale della vita. Meditate razzisti, omofobi, xenofobi e integralisti.

 non è un cimento qualunque, come insegnava il grande Totò, ma un "cimento armato." 

MARBIZZU 'NCAZZATIZZU
di Peppino Marino

Qualche sera fa, nel corso di una lunga chiacchierata col mio amico Peppino Noce abbiamo avuto modo di adoperare alcuni aggettivi e sostantivi del dialetto arcaico. Oggi, giocando con le parole come mi capita spesso per antica consuetudine, "c'he 'ngnermitatu" questa poesiola senza pretese che vi regalo volentieri.

Na sira chi passava’ du Vinculatu
Te viu ‘ntra vota a unu ‘nccuccuvatu
e de lu friddu menzu azzirpulatu.
Allura io me sugnu avvicinatu,
me signu puru ‘nu pocu zizzatu
e ‘n faccia attentamente l’he guardatu
pensannu ca bisogno avia’ d’aiutu.

“Se po’ sapire chine t’ha mannatu?”,
ma dittu ‘stu tamarru ‘mbestialitu,
guardannume ‘e traversu ‘nnaggellatu
ca' lu risignu sue c’avia guastatu.


Allura ragiunannucce he capitu
ca lu marbizzu llà c’avia ventatu
‘na palummella bella e, ‘nammuratu,
‘ntru scuru si ne stavari ammucciatu.

U fissa ‘e Sarbature
di Peppino Marino

 

 




  Spero con questa poesiola leggera di strapparvi un sorriso, cosa non facile di questi tempi. Buona lettura

 ‘Nu jornu Sarbature re Chjiarina
S’è azatu cu’ tri ure re matina.
Tuttu ‘nciotatu ‘e sonnu s’è lavatu
Cumu s’usava tannu, ‘ntru vacile,
ma ammece ‘e l’acqua ch’era ‘ntru varrile,
c’ha misu ‘u vinu ch’era ‘mtru ‘mpagliatu
e, quannu re lu sbagliu s’è addunatu,
tutti li santi ‘n celu ha jistimatu.

‘U patre chi dormia’ s’è risbilgiatu
E, quannu ha vistu ‘u vinu ch’ha ammalatu,
‘u vecchju s’è arraggiatu, povarellu
Chi si l’avia ‘mpesatu Farfarellu.

Ohi brutta bestia, chi sta cummenannu?
 Possibile ca ‘un ne cunchjiuri una?
Pe’ fare ‘u vinu ce fatigu n’annu
E de sururi jettu ‘na lavina.
Mah! …. Guarda armenu ojie chi tempu fa
Ohi capu ‘e ciucciu, fissa, baccalà!

Tuttu affruntatu ‘u poveru guagliune
Scornatu e musciu ha apertu lu barcune.
Fore c’era ’nu scuru, arrassusia
Chi mancu ‘a casa ‘nguacciu se viria;
‘nu celu bruttu, niguru, scuru funnu
Ch’un s’era vistu mai a chistu munnu.,
però ‘ntra l’aria frisca e ru matinu
sentia’ ‘n’adduru forte ‘e pecurinu.

Ohi patre miu, chi matinata brutta!
‘U celu è scuru, ‘un biri  a ‘nu parmu ‘e nasu
E l’aria frisca addurari re casu.

Addurari re casu? Ma chi dici?
Rissa lu vecchjiu mentre chi s’azava
Virennu a Sarbature chi guardava
Lu tempu cu’ la capu ‘ntra lu stipu.
Ohi fissa, addura’ puru re sazizze,
‘e ogliu, ‘e piparogni e de farina
Ca ‘u stipu norru è sempre bellu chjinu,
ohi pezzu re grannissimu cretinu!

E ‘n’atra vota pe’ guardare fora
Ammece e raperire lu casciune.
Cummena d’aperire lu barcune

 

                                     IL GATTO NERO E IL CAFFè CIOFECA
                                                                 di G. Marino  

Ancora uno sketch scritto giocando con i miei alunni e poi messo in scena verso la fine degli anni '90. Si tratta di una riflessione semi seria sul testo di alcune famosissime canzoni per l'infanzia. 

      Io questa fissazione proprio non la capisco!
Perché impuntarsi su questo stramaledetto gatto nero?
Ma come?, te lo do bianco e mi pianti questa grana? Non va bene lo stesso?
Niente da fare: “Volevo un gatto nero, nero, nero, tu le lo hai dato bianco e io non ci sto più!”
Ma perché devi fare così? Guarda che posso anche cambiartelo, sai?
Ne ho uno persiano che è la fine del mondo; se vuoi posso dartelo anche tigrato, un gatto tigrato con la coda ritta, eh? Che ne dici? O ne vuoi uno siamese?
Niente! Niente da fare, lo vuole nero  è basta, solo nero, accidenti a lui!   Che poi ne ha già 44.
Che se ne farà di quarantaquattro gatti?
L’altro giorno voleva metterli in fila; si, quarantaquattro gatti in fila per sei.
Naturalmente gliene restavano due e non sapeva come sistemarli!
Ma dico io:  perché devi metterli in fila? Che necessità hai di schierarli come se fossero soldati? Sono gatti, mica marines!!
E poi,  mettili in fila per due, no?
Quarantaquattro gatti in fila per 2 fa 22, senza resto e sei a posto, no?  Oppure in fila per 4,  fa 11;
No! devono essere in fila per sei, logico che poi hai il resto di due e non sai dove metterli e allora, con chi te la prendi?
Te la devi prendere con te stesso, no?,  testone che non sei altro!

   Si, ce ne sono pazzi a questo paese! 
Come quell’altra pazza della Peppina che si ostina a fare un caffè schifoso!
Ma come, se c’è una cosa facile da fare,  quello è il caffè, qualsiasi scemo lo sa fare, che ci vuole?
Metti l’acqua nella caffettiera, la polvere di caffè nel crivello, chiudi la macchinetta, la metti sul fuoco ed è fatta!   Lei no, lei si ostina a fare quell’orrenda ciofeca mettendoci dentro tutte quelle schifezze: marmellata, cipolle, ali di pollo, rosmarino, caramelle; perfino zampe di tacchino,   logico che il caffè della Peppina non si beve la mattina, né col latte, né col te!   E poi si chiedono pure perché, perché, perché!!!!
Beh, ora devo andare subito via, perché mi scappa la pipì, papà, non ne posso proprio più, finisce che la faccio qui.

 

                                        ACITELLI, TRITRULICCHJI E SUCAMELE

                                     

   Da fanciulli (parliamo di 65 anni fa), forse per la fame, forse per imitazione delle capre e delle pecore che brucavano tranquillamente nei dintorni del paese, ci pascevamo anche noi di questa curiosa infiorescenza di colore amaranto dal sapore leggermente acidulo, brucando come erbivori. Non ho mai saputo come si chiama questa curiosa pianta che cresceva spontanea nel Prato di don Vincenzo Ambrosio dove dal 1956 cominciarono a sorgere le case della parte nuova del rione Croci; per noi erano semplicemente "acitelli" e ne facevamo delle grandi scorpacciate in barba alle più elementari norme igieniche. 
  Altra "verdura" oggetto delle nostre attenzioni erano i tritrulicchji, molto più ricercati degli acitelli, anche se più difficili da trovare, frutti di una pianta selvatica a forma di cetriolini non più grandi di una sigaretta. Non di rado, quando li scovavamo, finiva a cazzotti con quelli più grandi e prepotenti che si accaparravano il bottino. Con gli acitelli no, quelli erano abbondantissimi e non molto appetibili per cui ce li lasciavano volentieri.
  In questa prima rassegna non possiamo non parlare anche dei sucamele, fiori a forma di campanule dal colore azzurro che strappavamo dalla pianta per succhiare il nettare dolcissimo contenuto nel ricettacolo come gigantesche api. A volte, quando le mani diventavano così sporche da non distinguere più le unghie, strappavamo un rametto di saponaria e ce le lavavamo nelle limpide acque del ruscello. A quei tempi nei Croci non c'era la rete fognaria e, a dire il vero, nemmeno l'acqua corrente in casa e le acque del ruscello sembravano quelle cantate dal Petrarca. 

 

                                                      BACIO, BACIO, BACIO, BACIO........

     Che tenero questo bacio lungo secoli, forse millenni, incurante della pioggia, della neve, del sole cocente, delle tenebre o della luce accecante. La natura se ne impipa degli assembramenti, dei divieti, dei DPCM, delle mascherine e dei virus. Per fortuna! 

                                                  FRISCANTONE
                                              di Peppino Marino



      L'uomo perde perde il pelo (da qui la calvizie), ma non il vizio.

    Fríscantone era di mano lesta: molte volte lo avevano visto correre per le strade del paese cercando disperatamente di nascondere il cappello che aveva in mano e che, in un momento di forzata astinenza, aveva lestamente sgraffignato alla propria testa. Spesso le donne constatavano con desolazione la scomparsa del braciere che avevano lasciato sull'uscio perché il vento, ossigenando i carboni, lo facesse ardere: "Manolesta" aveva colpito ancora! Potendo avrebbe rubato perfino le stelle del cielo, così piccole e così rilucenti. Ma la sua specialità era la caccia.
   Nelle fredde giornate invernali, quando un pallido sole vinceva appena i rigori della tramontana, il nostro eroe usciva avvolto nel suo largo mantello, si dirigeva in un luogo soleggiato e si sedeva su di un sasso a godersi quei tenui raggi.
   Le gallinelle razzolavano tranquille nei pressi di quell'uomo vestito di scuro, forse perché rassicurate dalla bianca lanugine che, oramai da parecchi anni, gli incorniciava il volto. Ad un certo punto il vecchio traeva di tasca alcune fave e le gettava alle ruspanti gallinelle che accorrevano a beccare quell'autentica manna inghiottendola avidamente. Pochi secondi ed il vegliardo avvertiva lo strattone della sottile cordicella che teneva in mano e che aveva sapientemente legato al chicco di fava forato con certosina pazienza e che era finito nel ventre dell'avido bipede. Ancora pochi attimi e la gallinella, seguendo discretamente quell'infido filo di Arianna, finiva sotto il manto di Friscantone e, quindi, nella sua accogliente pentola.   

 

                                                       INDOVINELLO

 

   Oggi vi propongo un indovinello: come si chiamano le altre due ragazze che dicono bugie? La soluzione è nel nome; nomen omen.

SE VI VA PROVATE A INDOVINARE

                                             ADERISCO INCONDIZIONATAMENTE



   Mai spot pubblicitario fu più efficace, mai promo fu più azzeccato! Stavolta seguirò il consiglio di Fiorello e di Amadeus e aderirò incondizionatamente, per dirla con Totò, al comitato Ignora Sanremo. Non è che gli altri anni me ne fregasse di meno, ma stavolta sono loro stessi a invitarci a ignorare questo carrozzone e a impegnare in modo più proficuo e piacevole le nostre serate, anche in tempi di Covid. Evidentemente gli autori del promo si sono resi conto che la gente che paga un canone estorto in bolletta sotto forma di tassa sul possesso non ne può più di ritrovare sullo schermo, tutte le sere, sette giorni su sette di tutti quelli che Dio manda in terra le solite facce a proporre programmi insulsi e adesso anche col rinforzo sanremese. 

 

                                       QUEL MANDRILLO DI GIOVE

   Oggi voglio farvi omaggio di questa foto scattata il 3 luglio del 2015. Niente di eccezionale, se non il corteggiamento assiduo di Giove a Venere che potrebbe essere anche la figlia come sostiene Omero, mentre Esiodo la vuole nata dal seme di Urano con modalità alquanto bizzarre, ma si sa, il padre degli dei era un tipo capriccioso e di dubbia moralità. Ma forse il povero Giove fu vittima delle tante calunnie messe in circolazione dagli uomini, come quella dei fulmini che scagliava sulla terra quando lo facevano arrabbiare e che Vulcano gli fabbricava nelle viscere del Mongibello. A proposito, visto che la montagna proprio in questi giorni "jetta  focu e fiammi di tutti i lati" non è che Vulcano sta combinando qualche pasticcio?

 

                                                                L'AZATA

Carnelevaru è mortu
e li maccarrubìni su cotti
e lu casu s'ha de grattare
bonu venutu, Carnelevaru.

    L'azata (l'alzata) in dialetto calabrese è il martedì di Carnevale, l'ultimo giorno che precede la quaresima nel quale si può mangiare carne, poi, il mercoledì delle Ceneri arriva appunto "Quaraisima", la maledetta vedova di Carnevale e nasconde spiedi, griglie, padelle, tutti gli utensili, insomma, con i quali si può arrostire, friggere, cuocere, stufare salsicce, bistecche, vusjulu, pancetta, polpette, tutto ciò che sa di carne. Almeno così ci spiegavano le nostre nonne, le nostre mamme per farci rassegnare alla lunga astinenza di 40 giorni che finiva il Sabato Santo. 
   Col termine alzata, quindi si intendeva, forse, l'atto di alzare, appendere in alto gli utensili per arrostire o forse anche completare il lavoro di confezionaménto degli insaccati, le salsicce, le soppressate, i capicollo, ma anche il lardo, la pancetta, il guanciale dei maiali che in alcune zone della Calabria si uccidevano a carnevale (azare 'u porcu). Il martedì di carnevale era dunque una grande festa a a base di pasta al sugo di carne, 'nu catu (un secchio) di polpette, salsicce e pancetta arrostite, insomma "il trionfo della carne." 
   In altre zone della regione si preparava anche una specialità calabrese, " 'u risu 'e l'azata", uno sfornato di riso a base di uova, caciocavallo silano, carne macinata, salsiccia calabrese, ma questo era un piatto "raffinato", mentre i montanare preferivamo la pasta al sugo e "de ne 'nzunzare 'u mussu 'e sarsa e de ogliu." 
   Nelle case dei ricchi, ma anche dei contadini benestanti l'azata era un qualcosa che oscurava gli antichi banchetti dei greci e dei romani, una gioia, una beatitudine della quale spesso riuscivano a godere, almeno una volta all'anno (semel in anno) anche i poveracci. Poi, il giorno dopo, te la facevamo subito pagare quando preti e pretònsoli, cospargendoti il capo di cenere, si trasformavano tutti in frati trappisti per ricordarci che si muore e che si diventa cenere, insomma si torna a soffrire come soffrono i poveri cafoni perché il vero godimento è la morte che ci porta nel loro paradiso,  giusto per avvelenarti l'esistenza e per farti pagare l'abbuffata del giorno prima. Oggi, per fortuna, nella maggior parte delle case è "azata" tutto l'anno, anche se da un po' di anni la povertà è tornata prepotentemente a segnare l'esistenza di tanta gente anche in questa nostra sciagurata Italia. 

 

                                                              DUMAS AVEVA TORTO MARCIO

   Chiedo scusa ai francesi e ai loro chef, ma quando Dumas disprezzava la cucina calabrese o era in malafede, o, evidentemente, aveva gusti balordi. A parte le centinaia di piatti tipici che si possono gustare nella regione , apprezzati in tutto il mondo, basterebbe solo questa pasta al forno alla calabrese per smentire le affermazioni del romanziere francese, massone, finanziatore e amico di Garibaldi che per ringraziarlo lo nominò Direttore degli scavi e dei musei napoletani, carica che occupò fino al 1864. Per una pasta a forno come questa sarei capace di scalare l'Everest!

 

                                                        LA LEVA
                                                                  

   Una delle prime leggi infami che i Savoia imposero alle popolazioni meridionali dopo l'aggressione garibaldina, la successiva aggressione dell'esercito piemontese e l'annessione violenta al Regno di Sardegna goffamente legalizzata con un plebiscito farsa, fu la leva obbligatoria estesa a tutti i giovani. La ferma durava 4 anni, senza contare le sanguinose guerre che i ragazzi meridionali dovettero combattere per la mania di grandezza dei Savoia, a cominciare dalla III guerra d'indipendenza con la sciagurata battaglia di Custoza persa ignominiosamente da La Marmora e da Cialdini, alle sciagurate guerre coloniali, passando per la grande guerra, fino alla guerra voluta da Mussolini. La leva obbligatoria, oltre a sottrarre braccia preziose alle campagne e all'agricoltura meridionale decretandone la fine e provocando miseria e povertà nelle famiglie contadine del Sud, comportava disagi terribili per i ragazzi deportati di qua e di là, quando non addirittura la morte in guerre che non avrebbero mai voluto combattere e che non riguardavano la loro terra e la loro gente. 
   I giovani meridionali maledirono, per questi motivi, il re, i governi, perfino se stessi e il loro sesso. Ecco come un giovane badolatese, Vincenzo La Rocca, diciottenne, prima di partire per la Grande guerra esprime questa rabbia in una serenata che canta alla propria madre:

“Màmma chi nòva mìsi ni levàsti
 e de lu vèntre tòi ni pàrturìsti.


Quàndu àrha sèggia nòva t’assettàsti
 ‘mperìcolu de mòrta tu venìsti.

………………………….
Sordàtu pe’ rhu re tu ni facìsti

O màmma, màmma, pecchì ‘o n’affucàsti
Quàndu gùci de mascòlu sentìti?”

    La rabbia, la disperazione, il dolore per il distacco, la paura per il futuro che lo attendeva lo porta a rimproverare la madre di non averlo strozzato appena nato quando si accorse che era un maschio (quandu gùci di mascòlu sentisti) e quindi un futuro soldato. Non credo ci sia bisogno di ulteriori commenti.

 

                                                                      U SPUSALIZIU
                                                                    di Peppino Marino

In questa poesia, più che i riti del matrimonio calabrese nei secoli scorsi, quando si sparavano tre colpi di fucile all'uscita della sposa dalla casa dei genitori, si raggiungeva la chiesa a piedi mentre le donne al passaggio del corteo gettavano sui passanti riso e confetti che le frotte di ragazzini si gettavano tra i piedi degli sposi per acchiapparli e riempirsene le tasche e i ricevimenti di nozze si facevano in casa, ho cercato di ricostruire lo stato d'animo dei personaggi il senso di liberazione dei genitori della sposa che si toglievano una bocca da sfamare, ma anche la tristezza per questa figlia che si staccava dalla famiglia per farsene una propria.

Cumu è contenta oje za Marietta
Ca Rosinella s’è vestuta ‘e sposa!
Supra ‘a porta e ra cchiesia ‘u zitu aspetta
Bella, pimpante, frisca cu ‘na rosa;
‘u velu jancu e lu buquet già rrincia
mentre ‘e ra cuntentizza ‘a mamma ciancia’.

Oje è ‘nu jornu ‘e festa, finarmente,
ca puru ‘sta guagliune se marita’
e za Marietta pensa: “Veramente,
pe’ Rosinella ‘nzigna ‘n’atra vita.

 ‘Na vita senza chianti e patimenti,
ca’ Sarbature è ‘nu bonu guagliune,
tuttu fatiga, casa e sentimenti
e nu’ le fa mancare ‘u muzzicune”.

 “S’è sistemata, Rosinella mia, 
penzari zu Rusariu allegramente,
mo chi ‘sta figlia piglia ‘n’atra via
su’ finiti i corredi, finarmente!.

‘Ste figlie fimmine m’hannu scunquassatu,
m’hannu sucatu ‘u sangu pe’ tant’anni,
cu’ ‘na cannila ‘e cira m’hau astutatu,
m’hannu levatu ‘e ‘ncollu puru i panni”.

Mo i costi si le rumpa’ Sarbarture,
Giuvanni, Ciccantone e Gatanellu
Ve su’ piaciute ‘ste belle criature?
E mo lle mantenteniti cu’ l’amure.

Nun le faciti mai mancare nente
Ca io, puru ch’era ‘nu pezzente,
l’haiu cresciute cumu le regine
jennu zappannu tutte le matine.

Auguri, auguri, arriva Sarbature
E tutta ‘a gente jetta li cumpetti,
e tutta ‘a marramata e re crieature
se fruganu cu’ ‘lefanti ‘ntra via
per’ acchijappàre chilla grazia ‘e Dio.

Mo su all’ataru e hau già dittu “SI”
E tuttu ‘u parentatu chi s’abbrazza,
poi vannu alla casa e, alla spartogna,
sciurta, a ‘na vota, la solita rogna:

Però chi scostumati ‘sti vicini,
cumu se junnanu a ‘sti biccherini!
Ma zu Rusariu nun sta cchjiu ‘ntra pelle,
mo chi s’ha sitematu ‘e guaglinuelle.

 

                                                            UN ESEMPIO DI SENSO CIVICO


   Ho sempre avuto la certezza che gli animali sono più educati, più ligi alle regole, più gentili e rispettosi degli umani, ma non immaginavo che oggi ne avrei avuto una ulteriore, eclatante conferma. Gli umani sono sempre impazienti, hanno sempre fretta, cercano sempre di saltare la fila e se un loro simile, magari umile, timido, senza santi in paradiso cerca di resistere alle prevaricazioni, ai soprusi gli sparano la classica frase" Lei non sa chi sono io!" Gli animali no, gli animali hanno uno spiccato senso civico, una grande umiltà e una prodigiosa intelligenza che li rende superiori alle bassezze e alle miserie umane. Non ci credete? Guardate quant'è educata questa gattina: prima, siccome all'interno dell'ufficio postale c'erano già tre clienti, per evitare assembramenti è rimasta correttamente in attesa sull'uscio, poi, quando uno dei clienti è uscito, è entrata e si è accomodata sulla poltroncina in attesa del suo turno, senza sbuffare per l'attesa, senza protestare per le lungaggini. senza tentare di scavalcare la fila. Se gli umani si comportassero allo stesso modo il mondo sarebbe un paradiso. 

                                                              UN ANGOLO DI PARADISO RICCO DI RICORDI

      Quest'angolo di paradiso, nell'abitato di Caccuri, a 30 metri dal bar - pasticceria -  pinseria dei fratelli Pitaro mi è stato sempre caro per la sua bellezza, ma anche per i tanti ricordi che affollano la mente. Prima della costruzione del mattatoio alla fine degli anni '50, il ruscello che dà vita alla bellissima cascatella era il lavatoio  pubblico de i Croci, a quei tempi il rione nuovo del paese. Ho ancora stampate nella memorie la immagini delle donne intente a lavare e a stendere la biancheria sui cespugli sparsi sulle rive, osservate con gli occhi di un fanciullo di 6 -7 anni. Ho ancora nelle orecchie le loro risate argentine, le loro canzoni, i loro pettegolezzi. Per facilitare il compito delle ragazze e delle loro madri l'amministrazione social - comunista dell'epoca, guidata dal vice sindaco Giuseppe Falbo, vi fece costruire una vasca lavatoio. Il bucato collettivo a quei tempi era una sorta di rito e una formidabile occasione di socializzazione. Poi, nel 1960 - 61 con la costruzione del mattatoio comunale ebbe inizio il degrado del ruscello e delle sue rive che dura tutt'ora. Un peccato perché con qualche piccolo intervento non invasivo e rispettoso del luogo, come la collocazione di qualche  staccionata, di un paio di panchine e di lampioncini adeguati al contesto se ne potrebbe fare una piccola oasi naturalistica accogliente e discreta.