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     Martedì 17  febbraio 2026

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                                                            IL FATTO

                                                                                                                        L’Azata



  Oggi, martedì grasso, per noi calabresi è “lu jornu ‘e l’azata”, l’ultimo giorno nel quale si può mangiare liberamente la carne (chi può permetterselo), poi arriva Quaraisima (Coraisima nel dialetto della Calabria centro meridionale), la vedova in gramaglie di Francesco Carnevale, filosofo gaudente “epicureo” amante delle abbuffate, del divertimento e della bella vita, allergico al lavoro, soprattutto a quello manuale, che si porta via spiedi, griglie, padelle, girarrosti, insomma tutto ciò che serve ad arrostire carne, salsicce, pancetta, vusjiulu (guanciale), preparare rosticciane, intingoli, insomma tutto ciò che sa di carne, almeno così ci spiegavano l nostre nonne.
   Celebrati i Saturnalia, l’antica festa romana considerata l’antenata del moderno Carnevale, i  “Lupercalia”  nei quale il 
15 febbraio si celebrava la purificazione, la fertilità e la protezione del bestiame , ricorrenza poi sostituita col San Valentino dei cattolici, oggi è la volta de ‘l’azata” il martedì grasso, il banchetto funebre di Carnevale nel quale si portano a tavola secchi di polpette al sugo di maiale, salsicce arrosto,  ragù e zuppiere di pasta al sugo ( in alcune zone della Regione si porta il piatto tipico e  “ ‘u risu ‘e l’azata”, uno sfornato di riso a base di uova, caciocavallo silano, carne macinata, salsiccia calabrese;  domani ci attendono le Ceneri con i preti che per l’occasione si trasformano in “frati trappisti” per cospargerci  il capo di cenere e ricordarci che dobbiamo morire come se non bastassero tutti i guai che quotidianamente ci piovono fra capo e collo facendoci convivere con l'idea della morte sempre in agguato. Perciò, almeno oggi, mandiamo al diavolo la glicemia, il colesterolo, i trigliceridi e tutti gli altri guai e abboffiamoci di carne e di polpette senza dimenticare di annaffiare il tutto con un eccellente vino, meglio se fatto in casa con le eccellenti uve dei nostri vitigni autoctoni, alla faccia dei pretonzoli,  menagrami e degli stoici perché “Carnelevaru è mortu, li maccarruni s’u’ cotti, lu casu s‘ha de grattare, bonu venuto carnelevaru.”
Poi avremo 40 giorni di tempo per riportare tutti i valori nella norma prima delle “feste di Maia” per celebrare il ritorno della primavera e la resurrezione dei fiori e delle piante. i colori, la gioia di vivere. 
 



 UNDER WEAR: L'ARTE DI FiLOMENA GUZZO CONQUISTA BOLOGNA
                       
di Peppino Marino

                 

 

Non capita spesso che uno dei più prestigiosi e importanti quotidiani italiani come La Repubblica si occupi,  nelle pagine locali di una città di   grande prestigio storico, culturale e accademico , sede della più antica università del mondo ricca di opere d’arte e monumenti che sono patrimonio universale dell’Unesco come Bologna, del pregevole lavoro di una giovanissima artista; se poi la ragazza in questione è originaria di un piccolo paese situato in Calabria,  “nell’ultima et estrema parte de Italia”, per dirla col grande Cicco Simonetta ed è una delle tue più care e amate ex alunne, allora la soddisfazione e la gioia  sono davvero grandissime.  
   L’artista in questione è la nostra bravissima compaesana Filomena Guzzo, stilista apprezzata anche fuori dei confini nazionali che preso la Maison Malvasia, lo spazio di aggregazione di via Innocenzo Malvasia della città felsinea, ha allestito un”Under wear”, una istallazione artistica che trasforma gli scarti del fast fashion, ovvero la moda veloce  in una montagna di abiti al centro della quale è collocata una vela. Gli abiti dismessi diventano così, spiega l’artista, “un’onda statica, un paesaggio, la rappresentazione plastica di “un eccesso senza senso,  non una decorazione, ma quesito”, una sorta di riflessione sul consumismo deleterio, sullo spreco di materie, energie, lavoro spesso gettati rapidamente nella pattumiera in un mondo che non riesce a sfamare, nutrire, vestire miliardi di individui.  Un simbolo di resistenza, un invito a riflettere su ciò che indossiamo - dentro e fuori, un’opera che non veste, ma svela.
   Ho già avuto modo in passato di elogiare l’inesauribile creatività della cara Filomena, una vena artistica che, vista giovane età della nostra compaesana, è destinata a regalarci nei prossimi anni altri tantissimi gioielli, ma quello che mi entusiasma e mi inorgoglisce è soprattutto la potenza del messaggio artistico di Filomena, la sua straordinaria capacità di trasmettere emozioni, idee e visioni del mondo che trascendono il linguaggio verbale,  il suo apprezzabile ed encomiabile impegno sociale già emerso in altre sue pregevoli opere come “Fine dei giochi”, l’installazione presentata la scorsa estate proprio a Caccuri sui giochi rotti dei bambini che hanno la sventura di abitare in paesi martoriati dalla guerra come la Palestina o altri sfortunati paesi di questo sgangherato e cinico mondo. Grazie anche per questo, Filomena, grazie perché la vera arte non è mai, né dev’essere neutra, insensibile al dolore, alla sofferenza, alla stupidità umana. L’erte deve contribuire a elevare spiritualmente e culturalmente il fruitore e la tua arte ci riesce magnificamente. Un abbraccio e  ad maiora.
                Il tuo vecchio maestro brontolone.
             

ULTIME NOTIZIE  

22/01/2026
  
 VIAGGIO I ISTRUZIONE UPMED NEI LUOGHI GIOACHIMITI 

  Ancora un interessante  viaggio di istruzione organizzato dell'Università Popolare Mediterranea di Crotone. Questa mattina i soci dell'associazione culturale crotonese, con il presidente Maurizio Mesoraca, hanno visitalo l'Abazia florense e i luoghi gioachimiti di San Giovanni in Fiore. Guida turistica e culturale per l'occasione, il professore Riccardo Succurro, insegnante, direttore didattico in pensione, già dirigente politico e Sindaco di San Giovanni in Fiore e oggi presidente del Centro Internazionale  Studi Giochimiti, uomo di vasta e solida cultura che, dopo essersi soffermato a lungo sulla storia dell' Abazia, ha svolto una interessante lectio magistralis sul pensiero dell'abate di Celico, sull'influenza  del pensiero escatologico e trinitario del monaco calabrese, visibile nella struttura della Divina Commedia, specialmente nella rappresentazione della Trinità come tre cerchi  e nella visione della rosa celeste, ispirate al Liber Figurarum. 
   Dante, è noto, nutriva una profonda ammirazione per il teologo e filosofo calabrese nei confronti dei quale si sentiva in debito. Il Sommo Poeta fiorentino, infatti, ebbe l'opportunità di conoscere il pensiero del teologo calabrese attraverso gli insegnamenti che , giovanissimo, ricevette nella Scuola di Santa Croce da teologi come Pietro Giovanni Olivi, un francescano francese che aveva aderito alle tesi giaochimite e Ubertino da Casale, teologo italiano francescano che, tra l'altro, influenzò
con la sua visione filo-gioachimita l'iconologia del ciclo di affreschi della basilica del santo ad Assisi; un "debito culturale" che il "padre della lingua italiana", pagò collocando l'abate calabrese nel cielo del Sole, nel canto XII del Paradiso, tra i "dodici sapienti" che circondano San Tommaso d'Aquino. Questa collocazione ne celebra la sapienza teologica e la capacità di interpretare la volontà divina. " lucemi dallato; il calavrese abate Giovacchino; di spirito profetico dotato". 
 Il professore Succurro ha colto l'occasione per soffermarsi anche sul pregevole lavoro del Centro Internazionale di Studi Gioachimiti che attraverso l'organizzazione di convegni che vedono la presenza qualificata di studiosi e docenti universitari delle più prestigiose università del mondo, pubblicazioni e altro, ha riportato la cultura gioachimita
all'attenzione dei più grandi studiosi del pianeta facendo emergere il grandissimo contributo del pensiero gioachimita alla cultura mondiale, un contributo profondo e duraturo. 
  La visita guidata si è chiusa poi con il tradizionale pranzo a base di maiale  al ristorante La Roccia di Caccuri, come sempre eccellentemente preparato dalla proprietaria Dora Sganga.  A rendere il tutto ancora più piacevole la chitarra e la voce del carissimo amico cantastorie Salvatore (Turuzzu) Bellio. Un grazie al presidente Mesoraca e ai soci Upmed per questa interessate occasione di arricchimento culturale e sociale. 

 

 


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